Le intermittenze della morte

– José Saramago –

Il mio “primo Saramago”. Non so se mi sono innamorata più della storia o dello stile. Bisogna prendere fiato prima di cominciare ogni nuovo periodo e poi buttarsi a capofitto in un vorticoso alternarsi di virgole che si sostituiscono ai punti, di nomi proprio con l’iniziale minuscola, e di dialoghi che nulla hanno in comune con i due punti e le virgolette. Non vi nascondo che all’inizio non è stato facile staccarsi dagli schemi classici della punteggiatura, ma una volta che la mente si abitua a questa nuova e frenetica forma del testo, si capisce quanto essa sia indispensabile affinché il coinvolgimento del lettore sia totale e appassionato. 

La protagonista è lei: la Signora in nero, la più grande paura dell’essere umano, la morte (rigorosamente con l’iniziale minuscola) che in un Paese senza nome, il 31 dicembre, decide di prendersi una pausa. Inevitabilmente la popolazione di questo Stato baciato dalla sorte, accoglie l’evento con manifestazioni di giubilo che sfociano in un fervido patriottismo. Ben presto, però, ci si rende conto di quanto sia indispensabile l’attività della Nera Mietitrice, sia per il rispetto del binomio naturale vita-morte, sia per tutte quelle sovrastrutture che di naturale hanno ben poco, ma che sulla morte hanno fondato parte delle loro attività: le assicurazioni, la Chiesa, agenzie funebri e perfino la maphia, organizzazione criminale che riesce a trarre profitto da questa paradossale situazione, sostituendosi allo Stato nella gestione delle questioni sporche. 

Mentre tutta la prima parte del libro si sviluppa attorno alle questioni pratiche, scaturite dalla nuova condizione di immortalità e dalla conseguente gestione degli eterni morti-vivi; nella seconda parte la morte, che ha ripreso il suo millenario compito, deve fare i conti con un violoncellista che, inconsapevolmente, si rifiuta di morire. 

Mi è parso quasi di vederle la Vita (il violoncellista) e la Morte (essa stessa) che si conoscono, si fronteggiano, discutono ed infine…

Infine, chissà se esiste qualcosa che sia irrevocabilmente decisivo e conclusivo più della morte stessa. Forse il ricordo o forse l’amore. Non credo si possa conoscere la risposta ad un quesito tanto difficile quanto contrario alla logica del pensiero, ma Saramago con questo romanzo apre nuovi orizzonti all’immaginazione, semplicemente invertendo un processo che si compie dalla notte dei tempi e al quale l’Uomo non è ancora avvezzo: tutto ciò che vive, prima o poi dovrà morire. 

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